Crea sito

<center>Bibliografia Consigliata</center>

Mario Maré, L'Istante, Silvana Editoriale, 1982.

Mario Maré, Nel Fuoco dell'Arte, Edizioni Gabriele Mazzotta, ISBN 978-88-202-1201-3.

Mario Maré, Lo smalto a fuoco su metalli. Manuale pratico, Il Castello.

<center>VITA E OPERE DI MARE' </center>

A cura di Marina Palmieri. Dal sito www.comunicarecome.it

Mario Maré nacque a Firenze nel 1921. Trasferitosi a Milano, iniziò da giovanissimo lo studio della pittura presso la scuola di Augusto Colombo e contemporaneamente, per vivere, fece l’impiegato di banca finché, constatata l’incompatibilità delle due professioni, abbandonò l’impiego per dedicarsi completamente all’arte. Nei primi anni della sua attività artistica prese parte a diverse importanti Mostre Collettive Nazionali. Più tardi realizzò poche personali e, sempre per scelta, non partecipò a premi. Sue opere figurano in collezioni private, chiese, ospedali, in Italia e all’estero (Dallas, Los Angeles, New Orleans, S. Paolo, Parigi).

 ESCAPE='HTML'

<center>La Pittura</center>

Per Mario Maré dipingere ha rappresentato la passione principale e la professione primaria. In una lettera indirizzata negli anni settanta al critico Marco Nicòri, l’Artista scrive di sé stesso: “...qualora un giorno mi accorgessi di essere incapace a progredire e rinnovarmi, forse smetterei di dipingere, ma sia chiaro che io credo, soprattutto, in un progresso pensato e ponderato, non troppo lento ma nemmeno ‘improvviso’. Le ‘subitanee’ sperimentazioni, le repentine e totali abiurazioni del passato significano, il più delle volte, mancanza di ‘retroterra’, improvvisazione, moda, chiamala pure come tu vuoi, ma mai arte, o, se la parola ti sembra troppo grossa, serietà di mestiere; il che, da troppo tempo, avviene in Italia e fuori…”. In queste parole è racchiuso, di Maré, tutto il suo costume di vita che, spesso e contro la sua stessa volontà, lo ha reso un isolato, fermo restando il rispetto e la stima suscitati anche in quanti non hanno condiviso le sue opinioni. Ha scritto di Maré il critico Domenico Cara: “...Coinvolge nella propria espressione poetica il duttile senso delle cose che è interesse alla realtà”, e Giuseppe Marrocchi: “Nelle figure (acquerello e olio) si riscopre il senso di una profonda indagine che affonda in una ricerca quasi al limite della drammaticità… è una potenza che si allarga vertiginosamente, quasi voglia esplodere dalla limitatezza di uno spazio che la imprigiona…”.
La pittura di Mario Maré si caratterizza fortemente anche per un accentuato “psichismo” artistico: in molti dei suoi quadri (esemplare, in questo senso, il dipinto ad olio “Caino e Abele” è rinvenibile un ribaltamento delle concezioni greche classiche della bellezza: la distorsione delle proporzioni diviene un atto volontario e la scelta di non soffermarsi pittoricamente su parametri naturalistici rappresenta la proiezione delle percezioni emotive e cerebrali dell’esistente. Così, nei quadri di Mario Maré, le proporzioni, le armonie, la bellezza stessa ci ricollegano alla percezione psichica dell’uomo e la sua pittura si fa proiezione di questa dinamica primaria dell’essere umano.

<center>"L'Istante"</center>

“..Non credo sia possibile, con la pittura, esprimere interamente un sentimento, un pensiero filosofico, un’idea politica”: così Mario Maré si esprime in apertura di questo testo (Silvana Editoriale, 1982) che coglie la sua ultima pittura. Affermazione-cardine che ci conduce direttamente a un’altra ipotesi fondamentale formulata da Maré: “l’arte, nei limiti che le sono concessi, benché sia l’unica forza indistruttibile dell’uomo, deve di questi tempi produrre ipotesi per tendere o per tentare di tendere alla formazione di nuove coscienze per arrivare quindi a nuovi uomini”. Coerentemente con tali assunti, la scelta operata con “L’Istante” cadde sull’idea di rappresentare il tempo. Tempo, quindi, come istante, e istante come condizione di movimento e di divenire.
“Il concetto del tempo-istante di Maré è, più, fondamentalmente, il concetto bergsoniano di “durata”, - ha sottolineato il critico Carmelo Strano - “di quel punto minimale dell’esperienza che non è possibile fissare, cogliere, cristallizzare, solidificare con l’intelligenza o anche con l’espressione. È appunto lo spazio e il tempo che viviamo realmente e che trascorre immediatamente.” Come evolve in Maré questa esasperazione bergsoniana del concetto di tempo? Si risolve forse in un sentimento di fuggevolezza estrema, fine a sé stesso? Niente affatto: l’Istante diventa l’Indivisibile, e l’Indivisibile è un comportamento, un modo di esistere, è un attimo di esperienza che ha una sua unità, una sua unicità e una sua compiutezza. Per questa sua evoluzione concettuale, Mario Maré è stato efficacemente definito dal critico Pierre Restany come “il visionario del tempo”, ovvero come un artista sospinto da un forte “istinto progressista”, nel senso dinamico della parola, capace di assumere con sé stesso il dubbio e il senso profondo dell’”assurdo flusso”. Le opere di Maré presentate ne ”L’Istante” rappresentano esperienze maturate in lunghi anni di meditata ricerca. Partendo dal dispiegamento di una spazialità inedita e dalla raffigurazione ardita di equilibri precari legati al divenire del tempo, esse offrono al pubblico anche lo scatto di una serena compostezza e il senso di un’intensa aspirazione all’equilibrio. Da “Quell’orribile in dentro-in fuori che è lo spazio” a “I Solidi Platonici” e a “Un impegno per ogni istante” (queste e altre le sottotitolazioni del volume), il lettore viene introdotto - oltre che nel concetto filosofico dello spazio - in una precisa concezione di spazio pittorico e in una nuova prospettiva materica che,  sensibile alle sollecitazioni della tridimensionalità, è volta a favorire il tema della unitarietà dell’esperienza.

<center>I Quadri a Smalto Gran Fuoco</center>

Quella dello smalto è un’antichissima tecnica artistica: attraverso, dapprima, la scuola di Limoges e l’esperienza dell’antica Russia e passando poi per l’era romantica di fine ‘800-inizio ‘900 questa tecnica ha raggiunto una grande diffusione negli anni Trenta. La febbrile ricerca tecnica che caratterizza l’arte del novecento ha condotto alla grande riscoperta di questo mezzo espressivo e, fra gli Italiani, Mario Maré ha rappresentato al meglio, anche grazie alla personale poetica esplicitata nel campo pittorico, la continuità ideale dell’arte nello smalto, con l’approdo a un inedito effetto pittorico moderno, tecnicamente molto avanzato ed estremamente innovativo. Quella usata da Maré negli smalti era e rimane una tecnica tutta particolare: egli lavorava alla stesura deponendo direttamente sulla lastra d’argento, con punte d’osso o minuscole spatole di ferro, la pasta vetrosa dello smalto, proprio come si fa - adoperando il pennello - con la pittura ad olio: operazione che presuppone una grande perizia non fosse altro che per la granulosità, simile a sabbia, dello smalto che rifiuta di essere steso o tirato. Oltre alle lastre d’argento, pure predilette da Maré sono state le lastre di rame. Predilezioni esteticamente complementari e speculari una rispetto all’altra, avendo il supporto dell’argento la facoltà di raffreddare i colori e di esaltarne certi effetti di algida purezza, e il supporto del rame, invece, la facoltà di rendere più caldi i colori e di esaltare l’intensità dei riflessi.
La produzione degli smalti a fuoco ha rappresentato la estrinsecazione della parte più cerebrale della personalità artistica di Maré, al confine fra l’astratto e il formale. Con essa l’Artista ha inteso dare al pubblico diversi esempi delle possibilità offerte da questa antichissima e magica arte che, ripresa e modificata nelle sue tecniche, è stata riproposta in chiave moderna. Ha scritto di Maré il critico Vittorio Beonio Brocchieri: “...Maré ha sempre sentito il richiamo di una cosa insolita: è stato affascinato da una tecnologia che richiede testa dura e accanita volontà. Qui sta il premio, ossia il miracolo: perché uscendo dall’inferno della vampa incandescente le molecole vetrificate del nuovo dipinto conserveranno quel fuoco e quella luce per i secoli, per i millenni, per decine di millenni, come le lave, i cristalli, le gemme.”

<center>"Gli Ultimi Idoli"</center>

Così venne definito l’orientamento estetico del periodo nel quale Mario Maré operò la rappresentazione col supporto dei più svariati materiali di rifiuto e di abbandono.
“Gli Ultimi Idoli” esprimono l’ansia - intellettuale e umana - circa il destino del mondo di fronte all’assurdità di talune sue scelte, di fronte alla cieca e irresponsabile combustione dei suoi equilibri ecologici, delle sue risorse più essenziali e irriproducibili. “Con una figurazione volutamente dura, artigianalmente oggettiva, scabra e insistita, Maré ci descrive” - sottolineò il critico Giorgio Seveso - “le sue visioni di un possibile futuro in cui, esaurita dalla nostra bramosia ogni residua forma di vita vegetale e animale, l’ultimo uomo costruirà sull’altare calcinato dell’orizzonte il tenero, sfuggente simulacro di ciò che era e che non potrà tornare.”

<center>La Poesia</center>

“Arida è la mia mente / come una fonte secca / sulle cui pietre / il bianco sole acceca” (da “La mia libertà”); “Forse è finito il giorno / e il pioppo grigio, / solo nei campi piatti e silenziosi, / tocca il rosso tra due nubi nere” (da “Il rosso tra le nubi nere”). Questi alcuni dei passi racchiusi nel libro “Foglie gialle”: titolo programmatico, pur nella sua essenzialità. Programmatico di una capacità di registrazione visiva, di una predisposizione alla cattura ottica del reale. E, in effetti, tutti i componimenti di questa silloge poetica (edita nel 1972 da Rebellato, Padova) sono legati fra loro dal filo rosso di un tale approccio “pittorico-figurativo”. Come nell’olio e nello smalto, le parole vengono fissate in atmosfere di magia e fiaba, specie nella scaturigine della memoria d’infanzia; come negli acquerelli, certe immagini si stagliano a mo’ di quadri del più puro chiarismo, specie nella trasposizione di una tristezza e di un mondo quasi “senza colore”. Sul piano contenutistico, accentuata è la valenza del dolore, e ricorrente è il tema dell’abbandono, nel senso di un allontanamento e/o di un’assenza di tipo fisico ma anche e soprattutto di tipo morale. Senza peraltro forzare le tonalità più cupe e malinconiche dell’anima, Maré mette a fuoco il magma oscuro che agita i recessi più nascosti del proprio essere e, come chiamate a raccolta le forze, incide sulla carta l’immagine-chiave di un abbandono cosmico, che dai sommovimenti sordi di quel magma scaturisce, come: “Le case di Dio sono chiuse / e io non so pregare in questo buio, / da questo buio, ove nemmeno scorgo / l’altare delle stelle” (da “Strusciando lungo i muri”) e, illuminante nella sua incisività: “Madre, madre mia, / che angoscia la meraviglia del mondo.” (da “...Non so più abitarlo”).

<center>Il Romanzo</center>

<center>Vita e Carriera di Mario Maré</center>

1921
In quella vecchia viuzza che partendo da Borgo 5.5. Apostoli sbuca sul Lungarno Acciaioli a pochi passi dal Ponte Vecchio, quella sera, faceva molto caldo.
La strada era buia, illuminata solamente da pochi fiochi lampioni a gas infissi, abbastanza alti, nei muri delle case.
Erano circa le otto di sera e forse per l'ora, forse per il caldo, regnava molto silenzio interrotto raramente da brevi e non forti rumori che uscivano dalle finestre spalancate: qualche voce quieta e sommessa, il cigolio di una persiana, il cozzare lieve di qualche piatto di una donna che sparecchia.
Era come se il silenzio calato in quello stretto vicolo di alte case fosse ora da queste, serrato, imprigionato e tenuto a protezione di quella povera gente che le abitava.
"Questa l'atmosfera e i luoghi della Firenze dove Mario Marè nacque il 27 giugno 1921, come li ricordò nei suoi appunti e come li dipinse durante la sua vita trascorsa altrove, soprattutto a Milano. A Firenze ritornò spesso, ma il più delle volte senza poter disporre del tempo che avrebbe desiderato per goderla.
"Non ho avuto tempo per te mia cara città -annoterà dopo uno di questi ritorni frettolosi-. Però sei sempre bella, tanto bella, insuperabilmente bella. E la tua bellezza è fine. Il che non è da tutti."
Gli anni dell'infanzia sono connotati da incomunicabilità tra le famiglie paterna e materna.
1929
La famiglia si stabilisce a Milano poco tempo dopo che il padre vi si era trasferito per ragioni di lavoro.
Da quel momento Milano diventa la seconda patria di Marè, città che amerà quanto Firenze, seppure in modo diverso.
Infatti molti anni dopo, al ritorno da un viaggio a Firenze, scriverà: "E rieccomi a Milano. Firenze è bella, ma qui c'è la vita. Adoro Firenze e amo Milano". Inizia a disegnare e a dipingere come autodidatta.
Non molto tempo dopo il trasferimento la famiglia si divide: la madre torna a Firenze, Mario rimane a Milano con il padre. Le vicende familiari lasceranno un segno indelebile sul suo carattere: la sua indole allegra rimarrà marcata per sempre da una vena di malinconia.
Continua a dipingere ma, per motivi economici, dopo il diploma in ragioneria si impiega in banca.
1941 - 43
Combatte in Jugoslavia e poi in Africa settentrionale, dove rimane ferito.
Rimpatriato per cure, evita miracolosamente l'amputazione di un braccio.
Anche l'esperienza della guerra lascerà profondi segni, prima di tutto inducendolo a un intransigente rifiuto della violenza.
A seguito delle ferite riportate viene congedato e riprende il suo impiego in banca.
Si stabilisce a Pavia, dove ha occasione di Conoscere e frequentare Ada Negri.
1944
Si sposa a Milano con Maria Antonietta Pirovano, da cui avrà il figlio Guido.
1947 - 48
Frequenta l'atelier del pittore Augusto Colombo per approfondire le tecniche pittoriche e lo studio del ritratto. L'influenza pittorica del suo maestro si manifesta in più di un'opera di questi anni.
1951
Dopo un primo periodo di attività pittorica, esercitata con mezzi tradizionali, nell'intento di trovare una strada di rinnovamento anche tecnico si indirizza verso lo studio dello smalto "a gran fuoco" su metallo. Rifacendosi agli antichi maestri limosini, bizantini, toscani ecc. ne studia le tecniche fino a raggiungere. un suo personale linguaggio e porta l'arte dello smalto, con procedimenti da lui inventati, da espressione prevalentemente decorativa a vero e proprio mezzo pittorico, dando luogo così a un'autentica innovazione nell'arte della pittura.
1960
Constatata l'incompatibilità della professione di bancario con quella di pittore, abbandona l'impiego per dedicarsi completamente all'arte.
1964
Personale alla Galleria Gavioli di Milano.
Collabora con Augusto Colombo a lavori per l'Ospedale S. Anna di Como e traduce a smalto una sua Via Crucis.
1965
Prende parte alla LXVI Mostra annuale d'arte al Palazzo della Permanente di Milano.
Partecipa al 100 Premio nazionale di pittura "Maschere e Carnevale" organizzato dalla Bottega dei Vageri di Viareggio.
Partecipa alla III Biennale d'arte del metallo a Gubbio.
1966
Prende parte a numerose mostre, tra cui: III Mostra d'arte contemporanea al Palazzo Reale di Milano; Mostra di pittura Città di Mortara; Mostra della Resistenza al Palazzo Gotico di Piacenza. Partecipa al Premio Merlo di Vigevano.
1969
Fonda, insieme con altri ex allievi e con i figli del suo maestro, il Centro d'Arte Augusto Colombo e ne diviene presidente.
Oltre all'azione culturale esercitata in questo Centro, chiamando i nomi più illustri a intervenire in conferenze, tavole rotonde e in altre forme, intensifica la sua collaborazione con 96 scritti, disegni, conferenze e interventi a riviste e giornali.
Continua a operare nella pittura a connotazione figurativa, sia con i mezzi tradizionali sia con lo smalto, e va lentamente trasformandosi, non trascurando nel contempo esperimenti astratteggianti.
Da questo momento, in coerenza anche con un'azione di costume che va conducendo, decide di ridurre la partecipazione a mostre collettive e premi.
1970
Personale alla Galleria S. Jacopo di Firenze, un appuntamento di grande soddisfazione professionale; nello stesso tempo questo rientro nel cuore della Firenze della sua infanzia è occasione di grande gratificazione personale.
1971
Premio Brunellesco, Firenze.
1972
La sensibilità artistica di Marè sconfina oltre i territori della pittura e si manifesta anche attraverso il gusto della parola, costruendo architetture di emozioni lessicali.
Pubblica presso l'editore Bino Rebellato la raccolta di poesie Foglie gialle.
1973
Personale alla Galleria La Nuova Sfera di Milano.
Inizia studi e ricerche per una nuova espressione sulla quale sta meditando da tempo.
1974
Nella sua produzione si segnala un breve periodo chiamato degli "Ultimi idoli", avveniristiche figure mitologiche con le quali, immaginando un mondo già distrutto, tenta di ammonire l'uomo che va verso una folle autodistruzione.
Riprende gli studi per una nuova espressione e, dopo lunga riflessione, perviene a un'idea-pensiero: la rappresentazione del tempo identificato nell'Istante. Esegue un primo ciclo di opere su questo tema.
Personale alla Galleria Civica di Campione d'Italia organizzata dal Comune.
Gli viene proposto di insegnare pittura al Centro d'Arte Augusto Colombo, incarico che accetta perché vi ravvisa l'occasione per manifestare certe sue convinzioni sulla didattica e sull'arte in contrapposizione con quelle allora ricorrenti.
1975
Premio S. Eligio organizzato dal Museo della Scienza e della Tecnica di Milano con esposizione e premiazione a Vicenza.
Mostra di grafica a Brescia.
Personale alla Galleria The Judgement di Padova.
1977
Personale alla Galleria La Nuova Sfera di Milano dove presenta ufficialmente la sua nuova pittura, con la quale tende verso un nuovo senso dell'arte che possa essere tramite per raggiungere una convivenza pulita e veramente sociale.
Fa suo, in certo qual modo, l'assunto platonico per cui l'uomo deve occuparsi prima di se stesso, poi della società ("A individuo eccellente società eccellente").
Questa pittura verrà chiamata "dell'istante".
Pubblica presso le edizioni del Sagittario Rosso L'ottava a destra, romanzo satirico-filosofico in cui esprime il suo mondo fantastico, tanto surreale nelle vicende quanto fortemente costruttivo nel messaggio di cui è portatore.
1978
Personale antologica alla Galleria Comanducci di Milano.
Il professor Michele Emmer, docente all'Istituto matematico Guido Castelnuovo dell'Università di Roma, studioso anche delle relazioni fra arte e matematica, si interessa alla sua opera per inserirlo in un filmato sui Solidi platonici.
1979
Personale alla Citibank di Milano.
Partecipa alla mostra "Les Artistes d'Italie" a Parigi, conseguenza di un profondo rapporto di consuetudine familiare oltre che professionale con Parigi.
1981
Pubblica per le edizioni Il Castello un libro sull'arte dello smalto, Lo smalto a fuoco su metalli, primo manuale del genere in Italia.
Viene invitato a Torino al convegno su Lo smalto - tremila anni dopo, i cui lavori vengono aperti dalla sua relazione su Lo smalto: alchimia dell'arte.
1982
Espone a Parigi al Salon des Nations.
Viene invitato dal Comune di Marsala alla Rassegna nazionale di pittura e premiato per la sua attività.
Svolge una feconda attività nell'ambito del Sindacato arti visive e intensifica i suoi rapporti con l'ambiente artistico. Tutto ciò lo affatica molto, soprattutto a causa degli effetti negativi prodotti da un diabete trascurato.
1983
Partecipa a una mostra alla Civica Galleria d'Arte Contemporanea di Ascoli Piceno.
Personale al Collegio Cairoli dell'Università degli Studi di Pavia.
Personale alla Galleria Vismara di Milano, inaugurata in sua assenza a causa di un improvviso infarto. L'inizio di un percorso che per Marè sarà sempre più faticoso.
Si riprende lentamente dall'infarto, ma ne rimane segnato psicologicamente.
Fa molta fatica a ritrovare la voglia di lavorare.
1984
Partecipa alla mostra "Flatland" alla Galleria Il Salotto di Como, che esplora il rapporto tra arte e matematica, in relazione soprattutto alle pluridimensionalità spazio-temporali evocate dal romanzo di Abbott.
1985
Sue opere vengono esposte alla I Biennale internazionale d'arte contemporanea di Milano.
Partecipa a "L'arte in Italia 1958-1985" al Castello Aragonese di Baia Bacoli (Napoli), a cura di Carmine Benincasa.
Personale alla Galleria Michaud di Firenze che, suo malgrado, è costretto a seguire saltuariamente con molta fatica.
Infatti la sua salute è andata continuamente peggiorando fino alla scoperta di un tumore al polmone proprio mentre è in corso la mostra a Firenze.
Verrà operato nel corso dello stesso anno.
1986
L'intervento chirurgico lo lascia distrutto nel fisico e soprattutto nel morale, e solo grazie al-l'incoraggiamento di amici ed estimatori riprende la sua attività e tiene una mostra personale alla Galleria Radice di Lissone.
Nello stesso anno partecipa a numerose collettive, tra cui la mostra "Esmaltes internacionales" al Palacio Municipal de Exposiciones di La Corufia, in Spagna, I'VIII Biennale internazionale d'arte dello smalto a Limoges in Francia e la I Biennale internazionale dello smalto a LavaI in Canada.
1987
La ripresa continua, a tratti, con qualche disposizione a programmare il lavoro futuro, benche Marè non riesca a vincere il suo pessimismo circa la salute.
Prosegue l'attività nell'ambito del Sindacato nazionale artisti come membro del gruppo dirigente a Milano.
Collabora a "Quetzalcoatl", il giornale del sindacato.
1988 - 89
Le sue condizioni di salute migliorano progressivamente e tutto sembra avviarsi al meglio.
Partecipa a diverse collettive, a Milano alla Galleria Vismara, a Campobasso a "Linee - Incontri di arti visive", con sempre maggior desiderio di riprendere il suo amato lavoro.
Ma nel maggio '89, per una banale caduta che gli provoca la frattura di un femore, ripiomba in una spirale tristissima di operazioni, ospedali, cure mediche, speranze e delusioni continue, e ormai a nulla valgono le affettuose sollecitazioni dei familiari e degli amici affinche trovi la forza di superare, per quanto possibile, tante difficoltà.
L'impossibilità di riprendere la sua vita di artista gli procurerà un'amarezza che lo accompagnerà sino alla fine dei suoi giorni.
1990 - 93
Partecipa alla collettiva "Ritrovamento della Croce" al Palazzo Vittorio Veneto di Lissone.
Costretto a essere operato più di una volta per il femore fratturato ed è praticamente impossibilitato a muoversi.
La sua vista peggiora e ciò, oltre a essere motivo di ulteriore impedimento al lavoro, lo costringe a un'ennesima operazIone.
Stremato dal lungo calvario fisico e psicologico, si spegne il 14 dicembre 1993.

...La mia idea-pensiero è quella della rappresentazione del "tempo" identificandolo nell'"istante".
Partendo dalla supposizione che il tempo sia composto, si formi, esista dalla infinita successione di istanti, ho voluto avere la "presunzione" di rappresentare uno di questi istanti.
Per cercare di fare questa operazione ho dovuto ricorrere all'artificio di rendere "figurativo" l'istante che "diviene", "fermarlo", e quindi fissarlo nel suo momento di immobilità. Da questo tentativo di rappresentare ciò che "materialmente" non esiste, viene la necessità più assoluta, più attenta, direi più esasperata, di attenersi a quei canoni che fanno la pittura; ricerca di colore, spazio, equilibrio, tensione.
Ciò, ovviamente, poiché intendo la pittura in questo modo e non mi sentirei pago del "gesto" o di imbrattare un muro o di arrovesciare del colore a caso sulla tela.
Ho dunque tenuto presente la mia convinzione che in pittura il colore "non esiste", bensì esistono i "rapporti", gli "accostamenti", le "quantità", i "pesi" e il "modo di stenderlo" e che, dovendo rappresentare ciò che nella realtà visiva non esiste, il colore dovesse essere non quello naturalistico, ma quello proveniente dal profondo della mia coscienza.
Non posso immaginare la rappresentazione del tempo se non in un contesto cosmico per cui il problema dello spazio, che ha sempre afflitto ogni pittore, qui si esaspera e il tentativo di "dilatare" la misera superficie a disposizione diventa drammatico, soprattutto non volendo ricorrere a figurazioni banali come astri lontani ecc.
Perciò mi sono valso di ogni soccorso; dalla prospettiva cromatica a quella di disegno e introducendo anche quella materica.
Le strutture libranti nel vuoto appoggiano però su un ideale e diverso piano tra loro per cui si ottengono prospettive varianti e diverse che accentuano la sensibilità dell'idea-spazio cioè lo spazio "emozionale" che intendevo proporre.
Per gli stessi intenti il "nero" o uno scuro, per creare il "buco" e l"'uscita" dal quadro delle strutture, prese a prestito per la rappresentazione "materiale" dell'istante, così da "introdurvi" il fruitore per una maggiore partecipazione.
Tenendo altresì presente che l'"equilibrio", come già detto, è un elemento indispensabile ad un'opera pittorica, da qui lo studio di un'opportuna collocazione delle masse ed un'altrettanto opportuna scelta dei pesi delle stesse, il tutto non in contrasto con l'armonia delle linee, operazione di amalgamazione non facile quando specialmente si è voluto uscire da una rappresentazione comune.
Ciò ha implicato uno scavalcamento del baricentro per poter rendere l'equilibrio più "reale" nella "irrealtà" del contesto dell'opera.
Questo equilibrio, quindi, che sta nello spazio metafisico che deve "contenere l'istante", cioè il "tempo", esclude la decadente simmetria speculare, tutt'al più deve avere qualche analogia con quella intesa dai greci che non era concepita come specularità di parti rispetto a un punto o a un asse, ma come rispondenza di un modulo ideale che teneva conto di leggi, di necessità fisiche e di ritmo spirituale.
Tutto ciò per arrivare, anche, alla "tensione", cioè equilibrio che è, ma che sta per rompersi e quindi la crea col suo stato precario, tensione specialmente indispensabile in questo tipo di opera ove, uscendo dalla rappresentazione "comune e reale", si deve dare l'idea che tutto sia "immobile" e tuttavia "in movimento", una "sospensione" che ci dia l'idea di avere "fermato l'istante", ma che contemporaneamente ci sta sfuggendo poiché nello spazio-tempo esistono infiniti "equilibri", "equilibri-attimi", necessari e reali nel divenire del "tempo".


...Le mie opere tendono a riportare la mente a pensieri più "umani", premessa per il ritrovamento della coscienza, misura di se stesso e quindi della propria dignità di uomo. Funzione di anticorpo, messaggio forse non inutile per il nostro futuro.

Il rapporto di Mario Maré con la narrativa non è stato certo casuale. Maré aveva scritto da sempre, per passione, per sé e per i lettori di note riviste d’arte e cultura. Nel romanzo “L’ottava a destra” il suo temperamento, polemico e bucolico, si manifestò in tutta la sua complessità. Questo romanzo (edito nel ‘77 da Il Sagittario Rosso) rappresenta l’epopea di un arcipelago immaginario dove l’evoluzione si dipana su due binari contrapposti e “l’ottava isola a destra” è quella anomala. ‘Speranziella’ è il nome dell’isola, e già questo nome - come del resto lo stesso titolo del romanzo - dà il senso dell’umorismo sottile sotteso nel testo, nonché il sapore della polemica arguta: nei confronti della strumentalizzazione ideologica, dell’ipocrisia, della repressione. Ma “L’ottava a destra” è sicuramente anche stato per l’Autore l’occasione per esprimere la propria compassione per i dolori di questa terra. Vi ritroviamo infatti espressioni, dialoghi e riflessioni di grande eloquenza sul dramma della condizione umana, come quello, ad esempio, sulla solitudine: “Perché la vera solitudine non è vera solitudine. La solitudine in mezzo al mare esalta, e non fa dolorare come la solitudine tra la folla..”; come, ancora, il senso del continuo divenire racchiuso in quello che l’Autore definisce “il principio di elasticità” e, non per ultima, l’importanza attribuita all’eredità spirituale trasmessa, con le parole, con la scrittura, con l’arte tutta, all’umanità.
“L’ottava a destra”, per queste ed altre suggestioni di forte pregnanza esistenziale e filosofica, può essere considerato un lungo esame di coscienza sulla storia dell’uomo, un grande affresco sull’umanità impastato, armoniosamente e omogeneamente, di dolce poesia e di umorismo, di sottile ironia e di tragedia.