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4. L'Alto Medioevo

Con il Sacco di Roma nel 410 e il successo delle invasioni barbariche, la smaltatura in Europa continentale diventa più orientaleggiante e di livello tecnologico inferiore. Si fanno fusioni negli alveoli con vetro colorato simile allo smalto, ma non perfettamente aderenti al supporto metallico e quindi confondibili con lo smalto vero e proprio. Un’eccezione è rappresentata dalle isole britanniche tra il VI e l’VIII secolo, le quali erano rimaste indisturbate dalle invasioni barbariche, e nelle quali ci fu un rinnovato impulso all’arte celtica e britanno-romana. Gli Anglosassoni perfezionarono questa tecnica che con le loro conoscenze orafe si sviluppò nel nuovo stile di decorazione “cloisonné” insulare o britanno-romanico. Tuttavia, bisognerà attendere la fine del VIII per assistere alla comparsa di figure più complesse.

Ricordiamo in particolare i ritrovamenti della nave funeraria di Sutton Hoo (Inghilterra, VII secolo), dove sono state ritrovate splendide opere di oreficeria con filigrane e cloisons in oro al cui interno venivano incastonate gemme di granato rosso insieme a vetri millefiori romani applicati forse come smalto, soprattutto di colore azzurro.

Fermagli per armatura, oro e smalto cloisonné, dalla nave funeraria di Sutton Hoo, VII secolo d.C.

Verso l’anno 600, lo smalto cloisonné greco incomincia ad essere utilizzato per la produzione di icone smaltate di cui, purtroppo, non sono rimaste tracce rilevanti: è la nascita dello smalto bizantino. In Italia nel VI secolo, i Longobardi scacciano gli Ostrogoti e s’insediano a Ravenna, dove assimilano anche la tecnica del cloisonné bizantino. 

Esempi di Cloisonné Bizantino, tratti da un evangeliario

Fra gli oggetti più importanti lasciati dai popoli germanici in Italia (Ostrogoti, Longobardi e Franchi) ricordiamo la celebre Corona Ferrea, realizzata in più fasi tra il 400 e l’800. La tradizione sulla storia di questo preziosissimo oggetto è stata in buona parte confermata dalle analisi dell'Università di Milano, secondo cui l’oro della corona proviene dall’epoca di Costantino (c. 350 d.C.) che sarebbe stato il suo primo possessore, mentre le lastrine con gli smalti originari in vetro al potassio sono stati aggiunti sotto il regno di Teodorico (c. 500 d.C.). La Corona ha attraversato un periodo di aggiunte e restauri sotto i Longobardi, finché 21 dei 24 smalti sono stati sostituiti con vetri alla soda per volontà di Carlo Magno in vista della sua incoronazione, avvenuta il 25 dicembre 800. Da allora, la Corona Ferrea è stata indossata da ben 32 sovrani, tra cui Napoleone Bonaparte il 2 dicembre 1804 ed è custodita nel Duomo di Monza. Si tratta senza dubbio del più importante oggetto smaltato di questo periodo storico.

La Corona Ferrea, gioiello dell'oreficeria e smaltatura medievale (350-800 d.C.) con le sue 24 lamine smaltate.

Sebbene si sappia con certezza che lo smalto bizantino era nato intorno al 600 d.C., le prime icone smaltate a noi pervenute risalgono alla seconda metà del IX secolo. Il motivo è che alla fine dell’VIII secolo sorse la cosiddetta crisi iconoclasta, in cui la Chiesa greca fu spaccata in due fra i difensori dell'iconografia tradizionale e i loro deterrenti, i quali erano convinti che fosse necessario distruggere tutte le immagini sacre. 

Tuttavia risalgono all'VIII secolo alcuni ritrovamenti di oggetti Cloisonné in Georgia che si trovano al Museo delle Belle Arti, insieme ai trittici di Martvili e Khakhuli risalenti ai secoli IX-XII. (fonte: Núria López-Ribalta - Eva Pascual i Miró, La smaltatura a fuoco dei metalli, 2011). La Georgia, infatti, è stata uno dei pochi territori d'influenza bizantina a non aver subito le conseguenze dell’iconoclasmo.

Crocifissione, dettaglio dal Trittico di Khakhuli

Anche i laboratori italiani diventano ben presto celebri per la produzione di smaltature perfette, in stile carolingio, che nel corso del VII secolo esportano in tutta Europa. Una testimonianza importante dell'arte tardo-carolingia è il Paliotto dell'altare di Sant'Ambrogio a Milano, realizzato verso l'850 dal grande orafo Volvinio.

Cloisonnè in stile bizantino dal Paliotto dell'altare di S. Ambrogio in Milano (850, orafo Volvinio).

In Spagna, dove nell’VIII secolo si costituiscono regni germanici appartenenti ai popoli dei Visigoti e dei Vandali, si importano opere da Bisanzio e fiorisce una scuola orafa autoctona. Con la nascita dei primi regni ispano-islamici (711-718) tale produzione si interrompe però temporaneamente. La smaltatura dei gioielli trova un nuovo terreno fertile circa un secolo dopo sotto il Califfato di Cordova. Nell’839, nel corso di una memorabile cerimonia riferita dalle cronache del tempo, il califfo di Cordova ʿAbd ar-Raḥman II ricevette una delegazione dell’imperatore di Costantinopoli. Durante tale evento, l’imperatore d’Oriente offrì diversi doni al califfo saraceno, tra cui gioielli in oro con smalti bizantini. Iniziarono così degli scambi in cui gli orafi bizantini reintrodussero l’arte orafa e lo smalto in al-Andalus. Per motivi religiosi (gli islamici medievali ritenevano che la lavorazione e il commercio dei metalli preziosi fosse una forma di usura), i committenti mussulmani delegavano la produzione dei gioielli smaltati agli artigiani orafi ebrei, tanto che gli stessi acquisirono il monopolio in questo tipo di produzione (Valérie Gonzalez, Gli smalti dell’Europa musulmana e del Maghreb, Jaca Book, 1994). Questa tradizione orafa influenzerà la produzione cristiana del Regno di León, in particolare la scuola dell’abbazia di San Domenico di Silos, come vedremo nel prossimo capitolo sulle scuole medievali. Un discorso a parte riguarda invece la formazione di una tradizione orafa nel Regno di Navarra, dove lo smalto è arrivato già rielaborato dalla sensibilità specifica dell’arte carolingia. Uno dei rari esempi di smaltatura in territorio cristiano è la Croce della Vittoria, realizzata su commissione di Alfonso III nel 908 e divenuta simbolo delle Asturie.

Sempre nel IX secolo troviamo uno degli oggetti più singolari dell'arte figurativa in Inghilterra, un pezzo unico nella produzione anglosassone: il Gioiello di Alfredo, così chiamato dalla presenza dell'iscrizione AELFRED MEC HEHT GEWYRCAN cioè "Alfredo mi ha fatto creare". Associato al regno di Alfredo il Grande , re del Wessex (849-899) e ritrovato a North Petherton nel Somerset, questo prestigioso gioiello era probabilmente uno dei puntali da lettura inviati da re Alfredo ai vescovi d'Inghilterra come dono insieme ad una copia del Liber Regulae Pastoralis di Papa san Gregorio Magno. 

Il Gioiello di Alfredo, IX secolo, Inghilterra. Smalto cloisonné, oggi custodito all'Ashmolean Museum di Oxford.

Nell’Europa continentale, tra l’VIII e il IX secolo, l’importazione di opere cloisonné da Bisanzio stimola gli orefici franchi e tedeschi nella produzione di vere e proprie opere d’arte, soprattutto sotto forma di reliquiari. In Francia è degna di nota l’acquasantiera di Saint Maurice di Agaune, con disegni dal gusto persiano. Fra gli oggetti più interessanti dell’età ottoniana è giusto citare quelli realizzati su commissione per conto di Egberto, arcivescovo di Treviri (950-993). In particolare, ricordiamo l’Altare-reliquiario del sandalo di Sant’Andrea apostolo, la Ferula di San Pietro apostolo e il reliquiario del Santo Chiodo, tuttora parte del Tesoro della Cattedrale di Treviri. 

E' opinione comune degli storici che il successo dello smalto figurativo ottoniano, così simile per certi versi a quello bizantino, sia da individuarsi in una data precisa, il 14 aprile 972, quando la principessa bizantina Teofano sposò Ottone II, sovrano del Sacro Romano Impero: è ben noto, infatti, che la nuova imperatrice chiamò a corte in Sassonia numerosi artisti, architetti, artigiani e orafi da Costantinopoli. Il nuovo gusto bizantino riuscì così a trionfare anche in Occidente, fondendosi con lo stile figurativo carolingio e ottoniano, segnando una nuova età dell'oro per lo smalto occidentale.

Tre reliquiari prodotti su commissione per l'abate Egberto: Il Santo Chiodo (sopra), l'altare portatile del sandato di Sant'Andrea (a sinistra) e la Ferula di San Pietro (a destra), X secolo.

Dello stesso periodo è l'opera più rappresentativa dello stile bizantino, nonché una delle più rilevanti per bellezza e dimensioni: la Pala d'Oro della Basilica di san Marco a Venezia. Commissionata inizialmente dal doge Pietro Orseolo I (976-978) e successivamente ampliata e restaurata dai dogi Ordelaffo Falier (1105), Pietro Ziani (1209) e Andrea Dandolo (1342), la Pala conta oggi un totale di 250 placche con icone in smalto cloisonné, realizzate da orefici bizantini e/o trafugati da Costantinopoli durante le Crociate.

Dettagli della Pala d’Oro del Duomo di San Marco a Venezia (X-XV secolo; 3,5 x 2,1 m circa).

Una menzione a parte merita la Sacra Corona d'Ungheria, che fonde in sé elementi ottoniani e bizantini ed è quindi una testimonianza dell'eclettismo di questo periodo. Realizzata secondo la leggenda per ordine del papa e usata nell'incoronazione del re santo Stefano d'Ungheria il 25 dicembre 1000 (esattamente 200 anni dopo Carlo Magno), la corona sarebbe in realtà l'unione di due corone distinte, entrambe con icone smaltate ma una con scritte in greco e l'altra in latino, databili a partire dall'XI secolo. La Corona di santo Stefano è indicata come il più notevole esempio di émail mixté, cioè una tecnica di transizione fra il cloisonné e lo champlevé.

Sacra Corona d'Ungheria, XI secolo.

L’epoca “carolingia” vedrà svilupparsi le vetrate delle cattedrali gotiche, dove il vetro veniva colorato o smaltato e composto in tessere, da unire ai bordi col piombo. Nasceva così lo smalto su vetro “cattedrale”. La più antica vetrata conosciuta, dipinta dal monaco Wernher, risale alla fine del decimo secolo, nell’abbazia di Tegernsee in Baviera.

In Spagna, sotto il patrocinio del re di León, Fernando I (1016-1065), e della sua consorte, la regina Sancha, nascono alcuni atelier di smalto cloisonné su oro e argento; la maggior parte di queste opere è oggi custodita nel Tesoro di sant'Isidoro di León e nella Cattedrale di Oviedo.

Curioso esempio di oggetti in metallo ferroso, un'immagine religiosa e alcuni piccoli dischi

forse pensati come moneta. Tecnica cloisonné, XI secolo.

Ritrovati nella Haute Vienne. Museo delle Belle Arti, Limoges.